Oggi e domani si radunano attorno al Papa i cardinali americani per considerare insieme il problema della pedofilia che si riscontra in alcuni - quanti? - sacerdoti e che crea sconcerto nella comunità cristiana e anche fuori.
       Primo. Ritengo che il primo dovere sia quello di prendere atto con onestà dei fatti: dei fatti, non delle generalizzazioni. Si sa che il sistema massmediale spesso non è il modo più oggettivo e misurato per venire a capo di una situazione, soprattutto in tema di scandali. Si amplifica una notizia, la si ripete mettendola insieme a un'altra e poi a una terza, e si dà l'impressione di un fenomeno immisurabile: soprattutto si suscita la convinzione che quanto appare non sia se non ciò che non si è riusciti a nascondere. In seguito, magari, si tace di botto: passata la «campagna»; svanito l'interesse appiccicoso; c'è altro su cui puntare l'attenzione. E magari rimane il sospetto di chissà quale marciume si celi dietro le notizie trasmesse. La Chiesa è inaffidabile o quasi. I preti da evitare a ogni buon conto. E si sottace l'autentico eroismo che sostiene tanti sacerdoti esemplari.
       Secondo. Circa il giudizio etico e legale riguardante i comportamenti pedofilici, e per di più attuati da preti, non è possibile essere indulgenti. Certe esperienze dell'infanzia segnano negativamente e in profondità la vita con complessi di colpa, difficoltà di rapporti interpersonali, scompensi sessuali e affettivi eccetera. A ciò si aggiunga che il sacerdote si pone come uomo di Chiesa e di religione, al quale la gente si rivolge con una istintiva e singolare fiducia, al punto di affidargli i propri bimbi e i propri ragazzi perché li educhi negli aspetti più decisivi dell'esistenza. Occorre essere drastici nell'allontanare i preti colpevoli dagli ambienti in cui hanno consumato queste brutture ed evitare di inserirli in contesti umani simili. Occorre essere risoluti nel non consacrare e nell'allontanare dei seminaristi che domani potrebbero rovinare delle innocenze. La Chiesa qui deve agire con forza, e ancor prima, con lealtà. E domandare perdono e riparare nei limiti del possibile.
       Terzo. Nascono interrogativi anche dopo questi rilievi. Intanto, pure a sacerdozio raggiunto, bisognerebbe distinguere tra malattia vera e propria - indomabile o quasi -, orientamento alla pedofilia e comportamento pedofilico. Patologia a parte, non è detto che una tendenza sessuale debba necessariamente e sempre tradursi in atti e in abitudini. Se dominata e incanalata dentro un progetto aperto, critico e costruttivo di personalità, tale tendenza può essere occasione di un arricchimento umano ordinatissimo di intelligenza, di sensibilità e di impegno. Specie se ci si prefigge scopi veri e alti e ci si attiene a mezzi e modalità austeri e adeguati. Trovando, però, il coraggio di togliere il prete da una situazione rischiosa. Di toglierlo magari dallesercizio del sacerdozio stesso.
       Quarto. Tutto chiaro in linea di principio. Avvisare la stampa? Denunciare alle forze dell'ordine? Trascinare in tribunale? Si fa in fretta a dire. Ci si metta nei panni di un vescovo che - poco o tanto - è un papà. Cercherà di salvare il salvabile da tutti i punti di vista. E forse talvolta sarà l'ultimo a sapere le cose - capita - o le saprà a scampoli, ad allusioni, a voci riportate e così via. Per soggiungere che se si impone chiarezza nelle guide della Chiesa, non minore lucidità e vigore si richiedono ai credenti che pure devono aiutare i vescovi. A tempo, non a nefandezze consumate.
       Quinto. Non si è di fronte a una situazione ignota in tempi passati, anche se oggi essa è esasperata da un qualche clima sessuomaniaco. Forse le proporzioni vanno stabilite con saggezza e giustizia. La Chiesa domanda misericordia perché possa essere madre ferma e consolante. In ogni categoria di uomini, del resto, si registrano soggetti portati a queste deviazioni: compresi quelli stessi che gridano all'infamia e la descrivono morbosamente, quasi divertiti.
       Sesto. Un appunto: non si veda il prete sposato come rimedio al prete pedofilo. Si rovinerebbero delle famiglie e non solo degli individui. Si tratta di problemi da tenere separati.
       Settimo. Nel cercare la soluzione circa una serena integrazione della sessualità e dell'affettività nella vita del prete, non si dimentichi che un celibe per il regno di Dio è innamorato di Gesù Cristo e proteso a donarsi alla sua comunità. Ha la psicologia dello sposato, non quella dello scapolo alla ricerca di avventure o abbandonato a una deriva erotica e smodata. E vive una fraternità intrisa di gratificazioni. Ovvio: senza sottacere i sacrifici richiesti e gli indispensabili momenti di prova.
       Ottavo. A esempio. Contro ogni apparenza, il fenomeno della pedofilia di alcuni - pochi, ritengo - preti, mi convince sempre più della validità del celibato sacerdotale. Guai ad abbassare l'ideale. Il pericolo è che il Signore sia messo tra parentesi e che il prete diventi un funzionario e la Chiesa si riduca a essere la General Motors o qualcosa di simile. Attenzione a ciò che dirà il Papa oggi o domani. Non per un puntiglio o per desiderio di far soffrire: per liberare la felicità, invece, e rendere i sacerdoti comunicatori di una speranza che non delude.

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