Proposta di legge di iniziativa del deputato Garagnani (Fi): una proposta che non è stata depositata alle Camere e ha avuto il parere contrario del ministero della Pubblica istruzione; e che, tuttavia, mostra l'esigenza dell'unità di partito e di governo. «Nelle scuole di ogni ordine e grado l'insegnamento della storia, in particolare di quella contemporanea, deve svolgersi attraverso l'utilizzo di testi di assoluto rigore scientifico, che tengano conto - in modo obiettivo - di tutte le correnti culturali di pensiero, per un confronto democratico e liberale che assicuri un corretto apprendimento del passato, in special modo, di quello più recente». Tutto qui. Si tratta di un articolo unico. Riflessioni. Perché mai soltanto i libri di storia e non anche quelli, per esempio, di filosofia e di letteratura? E si tratta di una legge - «deve» - o di una esortazione? Nel secondo caso, sarebbe inutile, o quasi. Se fosse una legge, a quali sanzioni andrebbe incontro chi la vìola? E chi deciderebbe della obiettività e dell'assoluto rigore scientifico richiesto? Una commissione? Composta da chi? Nominata da chi? Mi arresterei qui con gli interrogativi anche perché si scivolerebbe in prospettive sgradevoli, di là dalle ottime intenzioni del proponente. Per segnalare che i problemi che attengono alla scuola vanno affrontati con acutezza, con tatto e con il senso della complessità. Soprattutto nell'orizzonte educativo quale disegna la riforma Moratti che coinvolge nella scuola la società, a cominciare dalla famiglia. Opera vasta e lunga. Intanto, occorre che qualcuno scriva i testi invocati. Non basta recriminare.
       Qualcuno che abbia fiducia nel confronto democratico e liberale. Qualcuno che sia anche competente - manco a dirlo - circa le correnti contemporanee di cultura e di pensiero. E ci si metta anche qualche casa editrice e qualche agenzia di distribuzione che non si debbano esporre a rischi eccessivi. E troppo coinvolgere anche i genitori nella scelta di testi scolastici? Almeno di quei genitori che avvertono ancora la responsabilità educativa dei figli? Almeno di qualche papà e di qualche mamma capaci di tanto? Magari ricorrendo al parere di esperti di cui si ha fiducia? Non ci si meravigli se pongo i genitori prima degli insegnanti. Questi acquistano la loro dignità dipendendo dalle famiglie degli alunni, aiutate, interpretate, chiamate a collaborare; non possono giocare come gli pare e piace con i bambini, i ragazzi e i giovani: la libertà del docente non è assoluta, se rimane vero che i genitori per primi hanno il dovere e il diritto di mantenere, istruire ed educare i figli (cf. Cost. 30). Va da sé, poi, che i docenti dovranno dare il loro parere. Con gli studenti che abbiano già acquisito una capacità critica. Maestri e professori non si ritengano menomati in questa visione delle cose: possono valorizzare o demolire i libri di testo come desiderano. Purché agiscano in consonanza con ciò che rimane della famiglia. In modo leale, documentato, e obiettivo quanto è possibile. Con il ricorso ai genitori degli alunni e alla società civile, viene avanti l'esigenza di una scuola che dai genitori stessi sia scelta non solo in base alla serietà degli studi e della disciplina, ma anche e soprattutto in base alla impostazione culturale dell'insegnamento. Istanza religiosa compresa. E si è alla libertà nella e della scuola. Tema vecchio e inviso agli statalisti. Non si supera una situazione di egemonia culturale gramsciana con una spallata o con un articolo di legge sui testi scolastici di storia. Guarda un poco dove conduce un decreto di legge non condiviso. E si sa che l'ideologia è più accetta agli alunni ottusi e pigri. La fatica di pensare con la propria testa, la fatica e la soddisfazione. Si formano persone, non manichini.

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