Omelia nella Messa del Mercoledì delle Ceneri

Como, Cattedrale, 5 marzo 2003

"E non ci indurre in tentazione", diciamo con la vecchia formula del Padre nostro. Oppure : "Non ci abbandonare alla tentazione", come vogliono addolcire gli esperti episcopali. Il senso, però, non si lascia facilmente attenuare. Giobbe è tentato da satana perché Dio glielo permette. Gesù stesso è "condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo".

La tentazione è parte vitale della nostra esperienza di grazia. Se il Signore ci lascia andare o non ci butta in qualche momento di difficoltà, rischiamo la stasi nel cammino della perfezione cristiana; giochiamo di astuzia per mantenere, coltivare e giustificare le nostre neghittosità ed evitare di scegliere. Davanti alla croce e al Risorto che è tra noi.

Si impone la vertigine e la determinazione di chi precisa autonomamente il proprio destino di beatitudine o di dannazione.

Il nostro non è un itinerario quasi predeterminato verso la vita di gloria. Veniamo al mondo con un peccato analogico fin che si vuole, ma che ha privato della inabitazione dello Spirito e della conformazione a Cristo l'intera umanità: una "massa damnationis", al dire di Agostino; un peccato analogico ratificato in seguito dalla volontà di ciascuno di noi, e le cui conseguenze rimangono anche dopo il battesimo e spesso anche dopo l'assoluzione sacramentale. Noi, che ci atteggiamo a innocenti, e che invece siamo avvolti nelle spire delle tre concupiscenze, secondo l'evangelista Giovanni: la "concupiscentia carnis", la "concupiscentia oculorum", e la "superbia vitae". Se Dio non ci esponesse a qualche tappa di prova; se Dio non ci mettesse nella inevitabilità di deciderci; se Dio non ponesse nel cuore nostro l'orrore della morte eterna da evitare per optare per lui che ci ama oltre ogni limite e oltre il tempo, noi ci concederemmo a una mediocrità deprimente, senza un lampo di chiarezza e un impeto di libertà.

La tentazione: "qui potuit transgredi et non est transgressus": l'essere nella capacità di dire di sì al Signore, e nell'inclinazione a passare sotto di lui, di lui morente, senza degnarlo di uno sguardo o sfidandolo a scendere dal supplizio e a salvare se stesso.

Ed ecco l'elencazione quaresimale: "Utamor ergo parcius / Verbis, cibis et potibus: / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia".

Ed ecco la scansione delle armi per il combattimento spirituale contro le passioni malsane che nascondiamo nell'intimo, contro il mondo che ci avvolge e contro satana che ci assale.

Il digiuno come momento di autodominio: non tanto come esercizio ascetico fine a se stesso, ma come allargamento degli spazi della carità per lasciarci amare da Cristo e per rispondere alla sua affezione in maniera sempre più tersa e intensa.

L'elemosina, poi. Per frenare la nostra bramosia di possesso e condividere con gli altri i beni che Dio ci elargisce. Soprattutto con i più poveri. Per attutire anche la nostra propensione a dominare sulle persone e quasi a possederle come bottino di un'esistenza impostata e condotta come violenza.

E la preghiera, da ultimo. La contemplazione che non è soltanto mezzo per la salvezza, ma anche e innanzitutto fine di un esistere che si orienta alla verità e all'amore, lasciando alle spalle le ombre del tempo e le immagini fugaci del mondo, come si esprime Newman.

Digiuno, elemosina e preghiera. Possiamo scansare la tentazione, uscendo dal giochetto ingenuo, ancor più insipienti e cattivi di quanto eravamo. Non ci è dato di passare oltre questi appuntamenti di Dio senza schierarci per lui o contro di lui. Le dilazioni, le insulse astuzie di una presunta neutralità, di un illuso disinteresse, sono scialbi tentativi di coprire un'opposizione al Signore: un'opposizione che può consumarsi anche in un grigiore squallido, in una tiepidezza accasciante, in un tirar là i giorni come se Cristo non fosse nato e morto e risorto per noi.

La cenere ci ammonisce di convertirci e di credere al Vangelo, poiché dobbiamo ricordarci: siamo polvere e nella polvere ritorneremo. Nella polvere sfolgorante del Signore Gesù glorioso, o nella polvere derelitta di un'esistenza fallita, sempre possibile, sempre celata, come attrazione nell'intimo di noi stessi.

Bisogna scegliere. Non ci si può svincolare da questo abbraccio beatificante, o da una possibile - concretamente possibile - crudele solitudine dissociata.

Il Signore ci assista nella tentazione, soprattutto nel periodo quaresimale, e ce ne faccia uscire con la vittoria della fede.

 

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