E' anche troppo facile motteggiare sulle vacanze estive. Già nel Settecento ci si divertiva a descriverne le vicende. Diverse da quelle attuali. Oggi valgono le partenze e i ritorni intelligenti: tanto intelligenti che ci si ritrova poi tutti in fila, stipati sulle strade, come quando eravamo tutti imbecilli. Marce basse anche in autostrada: prima, seconda, qualche scatto felino di terza e quarta, la quinta marcia riposa anche senza il nuovo codice della strada. E quando si arriva alla mèta agognata - è inutile stilare l'orario - si trova sempre qualche piccolo imbroglio rispetto al programma concordato. E tutti stipati come sardine in un barile. Si misura a centimetri il posto al sole e ci si fa largo a gomitate. Chiedo scusa: mi ci metto anch'io; ma la scena che mi torna alla mente è quella di allevamenti razionali - razionali! - di polli in cui le galline sono appaiate e mangiano di continuo e non dormono perché la luce è sempre accesa così da scodellare più uova possibili.

       Tempo libero? Forse è tempo schiavo, poiché tutto viene stabilito fino alla minuzia. Come nei conventi di clausura, se ci si vestisse e se si tacesse un po' di più. Poniamo al mare. Creme. Tappetini come per la preghiera islamica. Ombrelloni. Giornali. Settimanali. Qualche libro? Forse. I discorsi poi seguono una scansione fissa. Del resto ci pensano i mass media a stabilire il programma della conversazione. Purché non si accenni a temi politici. Danno sui nervi. Argomenti più seri, poi, segnano maleducazione. Il top della inurbanità è tirare in ballo qualche tema religioso. Se ne sa pochissimo, del resto. E poi disturba. Molto, molto meglio alzare il volume della radio e sentire l'aria di una canzonetta o il ritmo di qualche cosa che sembra rumore, non musica. Non ci vengano a stufare con pezzi classici. L'imperativo è divertirsi.

       Che significa diversivi? Pensare a qualcosa di diverso rispetto al solito? O semplicemente pensare? Proibito. Ricordo un elzeviro di Buzzati. Raccontava di un pomeriggio di ferragosto a Milano. Passeggiava al cimitero monumentale con lo sfrigolio della ghiaia sotto i passi lenti. Per il resto, deserto, se si escludevano i morti. I quali, però, rispettavano la pace anche dei vivi. Almeno accettavano il silenzio.

       Già. Il silenzio. Pascal parlava di un uomo incapace di felicità, se non riesce a star da solo in studio per qualche tempo. Con i cambi di biancheria e di vestiti, non sarebbe il caso di mettere in valigia, quando si parte per la vacanza, qualche libro che costringa a riflettere? Magari da non citare nemmeno in colloqui eruditi: leggere così, tanto per leggere; per il gusto della verità e della bellezza; leggere e lasciarsi frugare nel cuore perché vengano a galla interrogativi più determinanti: quelli che, di solito, si evitano accuratamente. E' arduo lasciarsi scandagliare nell'animo.

       Soprattutto è pericoloso ed entusiasmante il silenzio. Pericoloso, perché si può scoprire che non si riesce a rimanere soli, nemmeno gridando, perché la eco ci ritorna come una dannazione. Ed entusiasmante, perché il mistero del silenzio può essere il grembo di Dio. E allora bisogna rispondere. Ci si sente fasciati e pervasi da una pace ineffabile quando ci si abbandona a un Tu infinito e conclusivo che ci si propone e a cui non si può evitare di consegnarsi. E l'orizzonte della vita si allarga. E si diviene capaci di dramma e di umorismo.

       Dopo le ferie, qualche tempo di riposo. Chissà che si recuperi la preghiera, dopo tanto sproloquio di beata solitudo. Si può iniziare a vivere il "lunedì del villaggio".

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